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Il Team odontoiatrico ai tempi del SARS-CoV-2

Una lettera aperta della dottoressa Raffaella Garbelli sulla situazione delle nostre squadre in questo periodo difficile.


Cosa significa essere e fare Team Odontoiatrico, SIOD lo sa bene. Conosciamo e promuoviamo l’importanza del Team nella nostra professione e continuiamo nelle nostre iniziative per dare merito e giusto peso alla professione dell’ASO, la valorizzazione della figura e del ruolo delle igieniste, il rispetto e la considerazione dell’odontotecnico.


Mai come in questo periodo, è necessaria la competenza. Le ASO sono determinanti, nel rapporto con il paziente, nella continua educazione alla prevenzione, nella pratica clinica per fare dello studio odontoiatrico un centro di riferimento per il servizio e la promozione della salute; ça va sans dire, ma è doveroso porre l’accento sul fatto che personale preparato e competente è in grado di applicare e garantire i protocolli di sanificazione e sterilizzazione efficaci e costanti. Con la comparsa sulla scena del COVID-19 sarà ancora più evidente la necessità di affidare tali compiti a chi di competenze ne ha davvero. Competenze acquisite a scuola, controllate e verificate da insegnanti dedicati, certificate da un esame conclusivo. Non raffazzonate in qualche maniera nello studio odontoiatrico, affidate alla buona volontà e alla competenza (più o meno valida) del dentista e della assistente “anziana”.

Quanta tristezza nelle dichiarazioni roboanti in televisione sulla sicurezza nei nostri studi da parte di chi, fino a ieri, affermava che il rischio biologico è bassissimo, quasi inesistente, per venire poi folgorato dalla esplosione del COVID 19. Lo stesso che, quando finalmente la Repubblica Italiana ha approvato la figura professionale dell’ASO, ha inventato il CSO (Collaboratore del Settore Odontoiatrico) per avere personale non qualificato da inserire negli studi a fare, abusivamente, il lavoro dell’ASO. Persone prive di qualsiasi preparazione e competenza, gettate allo sbaraglio in prima linea nel nostro ambiente, già di per se impegnativo ma ora esposto al SARS-CoV-2.

Il problema NON è proclamare in TV che gli studi odontoiatrici sono sicuri: il problema è RENDERLI sicuri partendo dalla competenza di tutto il team perché, indipendentemente da ciò che deciderà il tavolo tecnico a noi dedicato (e temo che ci sarà una sottovalutazione del problema), noi tutti abbiamo conoscenze, competenze, esperienza per poter trovare soluzioni per la nostra sicurezza e per la sicurezza dei nostri pazienti.

Per fare il nostro lavoro in tutta sicurezza abbiamo bisogno di DPI adeguati. Come fare per avere strumenti di protezione adeguati per i nostri collaboratori e per noi? E averne una fornitura continuativa? E’ chiaro che ora, e per un lungo periodo, almeno fino a quando non sarà in commercio un vaccino, sarà necessario lavorare in sicurezza applicando tutte le misure che sono necessarie. Un aiuto importante viene da SIOD che, sul suo sito, ha pubblicato una serie di suggerimenti estrapolati dalle indicazioni ADA (American Dental Association) e del governo Neo Zelandese. SIOD ha anche organizzato un incontro su ZOOM in cui sono state esposte e discusse queste indicazioni ed è stata un’occasione per confrontarci con colleghi di tutta Italia, un modo per accorciare le distanze e unire idee, riflessioni, speranze e considerazioni. In altri termini, cooperare e non è cosa da poco. Per questo mi viene da pensare che qui siamo all’assurdo: possibile che in tutto (o quasi) il mondo ci siano le linee guida per il nostro lavoro e in Italia no? “Ci stanno lavorando…”

E’ evidente quale sia il vero problema: abbiamo a che fare con un virus che si propaga e infetta per via aerea. Abbiamo voglia di dire che gli studi odontoiatrici in tempi di COVID-19 sono sicuri se ancora non abbiamo iniziato a lavorare e non ci siamo resi conto, nella quotidianità, delle criticità e delle falle nel contenimento dell’infezione in un ambiente che genera aerosol. Avere a disposizione test rapidi e sensibili potrà aiutarci a fare screening e a contribuire, insieme con tutta la professione medica, alla raccolta dei dati epidemiologici (siamo già sentinelle diagnostiche con i pazienti apnoici e possiamo diventarlo anche sul versante COVID-19), potrà aiutare a isolare i positivi e a ridurre la diffusione del virus nel nostro ambiente di lavoro, attraverso la nostra pratica clinica. Dobbiamo, insomma, evitare di diventare focolai di contagio. Ricordiamoci che, all’epoca, il virus dell’epatite, nei nostri luoghi di lavoro, è girato con facilità e noi siamo stati una importante causa di contagio. Quando, sulla scena mondiale, si è presentato l’HIV, ancora molti dentisti non utilizzavano sistematicamente i guanti, non controllavano il corretto funzionamento delle autoclavi e, molti usavano ancora le stufe a secco. La paura del virus HIV cambiò di colpo tante vecchie abitudini e spalancò la strada a nuovi comportamenti e nuove attenzioni, a nuovi protocolli.

E’ chiaro che è compito dei virologi dare risposte su questo virus. E’ compito nostro prendere la situazione seriamente e non sottovalutare il problema, anche quando le briglie si saranno allentate, anche quando ci diranno, che siamo in fase R0 < 1, che possiamo tirare un sospiro di sollievo. Come per HIV, Epatite C, ecc. non dovremo mai abbassare la guardia. Probabilmente dovremo abituarci alla rivoluzione che la nostra attività lavorativa dovrà affrontare in termini economici, in termini quantitativi, nei protocolli operativi e non sarà una cosa semplice abituarsi a tutto questo.

La certezza che il caldo possa attenuare il virus, o che possa ripresentarsi più o meno aggressivo in una seconda ondata sono eventualità su cui non possiamo soffermarci e non è compito nostro farlo. Dovremo lavorare con la sua costante e ingombrante presenza per molto tempo. Questo può generare sgomento: siamo professionisti e siamo persone ognuno con i propri affetti, i propri familiari, gli amici, la propria vita. Mi è capitato di pensare a come dovrò comportarmi con mio padre anziano e malato che già non abbraccio da più di due mesi.

Un’ultima riflessione: chissà che il COVID19 non sia uno stimolo in più per creare finalmente la figura del dentista di famiglia, collegato al Sistema Sanitario Nazionale che potrà, in sede di prima visita, occuparsi di tutti gli aspetti di cui sopra (test rapido e cure di base), liberando così il campo all’odontoiatria specialistica. Ci sarebbe lavoro per tutti e spazio per soddisfazioni professionali ed economiche. Si potrebbe superare questa situazione assurda per cui trenta milioni di italiani non vanno dal dentista perché non se lo possono permettere e migliaia di dentisti non hanno abbastanza lavoro.

Un saluto e in bocca al lupo a tutti.


Dott.ssa Raffaella Garbelli

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